Perché I Cani si chiamano I Cani (fra l'altro) spiegato da Niccolò Contessa

I nati nell'ottantanove hanno reflex digitali e mettono su flickr belle foto in bianco e nero (da Velleità).

Rispetto a loro, lui, Niccolò Contessa, è nato tre anni prima: nel 1986. Ed è il leader de I Cani. Il gruppo musicale.

«Ho una vaghissima immagine di me fermo al semaforo in sella al motorino che penso: "Se faccio un gruppo lo chiamo I Cani". Mi piaceva l'idea che non significasse nulla - spiega - E ora mi sta anche un po' sul cazzo».

Nonostante il nome, da un paio d'anni la rock band romana s'è fatta prepotentemente largo nella nuova scena musicale italiana e all'attivo ha due dischi: Il sorprendente album d'esordio dei Cani e il recente Glamour.

Montatura spessa - «da nerd» - e un'aria il più delle volte pensosa - «cerco di non essere troppo triste» dice - affaticata, Contessa ha cantato i pariolini di 18 anni («una quarantina di personaggi che giocavano a fare i criminali e in realtà provenivano da famiglie benestanti»), Wes Anderson («all'epoca mi pareva figo, oggi meno»), la storia di un artista e quella di un impiegato, i tic degli hipster, l'universo che nasce e che muore e che "se ne frega dei progetti e degli amori e dei miei fallimenti". Fra l'altro.

Ricordo solo che avevo la stessa faccia da cazzo dei pischelli che ora vedo in giro, da vero duro con problemi seri. Ti giuro è l’unica, davvero l’unica, l’unica vera nostalgia che ho (da Corso Trieste).

«Quasi tutte le canzoni che ho scritto - spiega - riguardano lo scarto che c'è tra come uno vede se stesso e come è visto dagli altri». In Velleità, per esempio, tratteggia a colpi di rasoio le identità sgangherate di quattro generazioni di falliti delusi depressi e frustrati, «persone che fanno un vanto di essere diverse ma che in realtà sono soltanto banali e conformiste. Perché questo è un mondo in cui essere diversi - diversi per davvero, con in testa delle idee originali - è difficilissimo, e allora si finisce a rincorrere come stupidi una diversità fatta di stili». «Io da un po' cerco la normalità», dice.

Sarà per questo che lui e i suoi compagni si sono tolti la maschera. Letteralmente. Nelle prime esibizioni live infatti i membri della band apparivano con i volti coperti da buste di carta forate all'altezza degli occhi: un vezzo, una specie di inno all'anonimato, che ora, complice la crescente notorietà, è stato messo da parte.

«La verità è che io credevo che di me e delle cose che raccontavo non fregasse niente a nessuno. Poi sono arrivati due dischi e un tour e il mio punto di vista è cambiato, non io».

«Fra dieci anni non è mica detto che continuerò a fare questo lavoro. Fra dieci anni spero di essere sereno, di non avere rimpianti».

Christian Poccia

Articolo pubblicato sul numero 3 di GINO MAGAZINE nel gennaio 2014 

Christian Poccia

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